PEDAGOGIA

LA MIA IDEA DI PEDAGOGIA
"La libertà è essere uomo tra gli uomini
e costruire il mondo umano,
costruendo insieme se stesso". 
(Antonio Banfi)

Alcune parole in libertà...

Convivenze
Hannah Arendt una delle donne più interessanti del novecento diceva che occorre «strappare dalle mani dei bambini l’occasione di farsi un nuovo mondo». Il termine “strappare” non lo usava in modo privativo, nel senso di togliere qualcosa, ma aggiuntivo di riuscire ad ottenere, a carpire, a estorcere. Da qui è facile passare a Socrate e alla sua arte del dialegesthai. Tiriamo fuori ciò che ciascuno ha dentro. Ed è con queste verità, al plurale, e dal loro intrecciarsi dialettico, che possiamo costruire una comunità migliore. Perché alla fine diceva Montaigne «soltanto i pazzi sono sicuri e risoluti». Chiedersi ogni giorno che cosa significhi insegnare e come si può migliorare questa professione è già un buon punto di partenza.  Ho sempre rifiutato di pensare la scuola un luogo di addestramento sociale e culturale, quello che Platone nel Timeo chiamava “l’allevamento senza educazione”. In quanto primo spaccato di società con cui il bambino si confronta, la scuola è inevitabilmente portatrice di un modello di convivenze. Convivenze al plurale perché nella scuola impariamo a confrontarci con tutti. Non occuparsi di questo, non programmare un’educazione al vivere collettivo può significare, allora, educare alla non-convivenza. In questo modo, come la scuola può creare cittadini in grado di prendersi cura della società può, di contro, divenire luogo di spersonalizzazione e perdita d’identità Insegnamento ed educazione, un binomio indissolubile, a partire dalla premessa che sul pianeta non siamo soli e che dobbiamo imparare a sostare nelle convivenze. Avere senso di civiltà, infatti, non significa un benevolo e riguardoso interagire con i singoli individui quanto mostrare interesse attivo per il benessere della comunità a cui apparteniamo. Allora occorre restituire la centralità alla parola, luogo del confronto. Parlare ed ascoltarsi, sempre nelle sfumature, con attenzione e senso critico. La scuola, quindi, pensata come dimensione in cui soggetto e società sono coinvolti in un vicendevole processo di cura: prendendosi cura della società il soggetto si prende cura di sé e al contempo la società, prendendosi cura del soggetto nella sua globalità, si prende cura di se stessa.

Accoglienza
L’ambiente, il clima emotivo che il bambino/ragazzo respira è di fondamentale importanza per sostenere le sue capacità: sapere di avere la fiducia totale dei genitori e degli insegnanti non è cosa da poco. Sappiamo che le emozioni positive favoriscono l’apprendimento, mentre l’ansia annulla motivazioni e capacità. La scuola come comunità sociale è il luogo dell’accoglienza, lo spazio in grado di valorizzare la persona in tutto il suo essere accompagnandola e aiutandola nella crescita e nella realizzazione di sé. Una scuola è accogliente se i suoi spazi aperti e luminosi sono polifunzionali e s’intersecano continuamente con il fuori. Una scuola è accogliente se educa i ragazzi al rispetto di sé, degli altri e della cosa pubblica. Una scuola è accogliente se promuove l’integrazione che valorizza le differenze e i legami autentici.

L’eterogeneità
All’interno del gruppo classe, abbiamo dunque molte biografie da cogliere e valorizzare. Occorre, quindi, valorizzare l’eterogeneità. I gruppi di livello hanno promosso un illusione di omogeneità che non esiste. La vera inclusione è accettare la diversità di tutti, non solo quelle certificate, per arrivare alla vera equità, cioè il diritto di tutti alla diversificazione sulla base della lettura dei bisogni e all’equa valutazione degli obiettivi. Uguaglianza non è equità. Occorre fare un ulteriore passaggio: offrendo gi stessi strumenti si cercano di annullare le differenze. La giustizia come equità, nella scuola, è data da una diversa distribuzione degli strumenti, in modo che ognuno abbia la possibilità reale di potenziare le sue capacità. Don Milani era molto chiaro su questo: “non c’è peggiore ingiustizia di far parti uguali fra disuguali”.

Costruzione
La nostra società sta emettendo la big tata, la sovrabbondanza informatica, facilmente fruibile e divertente. Tutto è immediatamente raggiungibile. Con un clic si ottengono fiumi di informazioni, conoscenze poco filtrate e selezionate. Undicimila contatti al secondo in alcuni portali. Il tempo e lo spazio nel mondo digitale si dilatano. I nostri bambini e ragazzi sono sottoposti continuamente a questa dittatura on line che sembra ormai essere abitudine. La scuola dovrebbe intervenire proprio su questo, come mediatrice. Contro la velocità del “tutto e subito” è indispensabile promuovere l’impegno e la fatica del costruire insieme, del ragionare sulle cose, del guadagnarsi la scoperta, la novità. Dobbiamo impegnare i ragazzi nella costruzione delle loro conoscenze. Non usarli come contenitori per un sapere sedimentato e facile da dimenticare ma pensarli soggetti attivi nell’acquisizione delle loro conoscenze. Un sistema inclusivo considera l’alunno protagonista dell’apprendimento, qualunque siano le sue capacità, le sue potenzialità e i suoi limiti. Va favorita, pertanto, la costruzione attiva della conoscenza, attivando le personali strategie di approccio al “sapere”, rispettando i ritmi e gli stili d’apprendimento e “assecondando” i meccanismi di autoregolazione.

Responsabilità
“Aiutami a fare da solo”, una frase emblematica di Maria Montessori. Dunque la responsabilità va oltre i comportamenti corretti e rispettosi delle regole: gli alunni sono invitati ad acquisire abiti improntati all’indipendenza e ad essere protagonisti del proprio apprendimento. Quello che conta è lasciare agli allievi la possibilità di scegliere le procedure da seguire per raggiungere un obiettivo comune. Dalle tante opportunità disponibili, si discute, si trovano accordi, si stabiliscono priorità e alla fine, solo alla fine, si arriva a stabilire regole comuni. Educare alla responsabilità, quindi, è l’unica possibilità che abbiamo per rimettere in gioco “il nuovo”. La scuola deve insegnare a prendere posizione, a riflettere, a confrontare le proprie opinioni con quelle altrui. Insegnare, quindi, a fare delle scelte e ad assumersene delle responsabilità.

Civismo
L’obiettivo della nostra scuola dovrebbe essere quello di far crescere i nostri alunni come persone più ricettive ai cambiamenti, alle nuove idee e in generale alle nuove esperienze. Dovrebbe essere, come suggerisce Freinet, un “lungo e lento cammino di liberazione” per arrivare al civismo, che non è un sottoprodotto ma, al contrario, un presupposto della democrazia. Il civismo è desiderio di conoscere, soprattutto le opinioni degli altri, è necessità di confronto, bisogno di appartenere a qualcosa di più grande, è esigenza di comunicare e interagire con gli altri. Civismo è una coscienza sempre allertata, una responsabilità liberamente assunta per ciò che abbiamo in comune.

Star bene insieme
Ecco che la pratica educativa e didattica vincente è quella che si basa sull’apprendimento cooperativo: collaborare verso un obiettivo comune e apprendere insieme l’uno con l’altro, l’uno dall’altro, l’uno per l’altro.  Ogni alunno dovrà avere la possibilità di sviluppare la riflessione e il controllo di come si apprende, mettendo in evidenza le proprie mappe cognitive, le proprie strategie di controllo, le proprie valutazioni. Verificando insieme i risultati ottenuti si apprende di più e si è più disposti al lavoro di gruppo. In una intervista rilasciata ad École (dicembre ‘97) Latouche diceva che i Peuhl, i popoli nomadi del sud del Sahara che parlano il “poular”, hanno una parola molto bella e suggestiva per designare il loro modo di vivere: il “bamtaare”. Significa “star bene tutti insieme”, vivere in armonia, che è l’obiettivo più importante della loro società, ciò che indica il loro grado di civiltà. La scuola può e deve provare ad estendere questo discorso, questa idea della vita, ai nostri bambini e ragazzi.


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